Ieri Zuckerberg ha annunciato un cambio radicale nella politica di Meta, schierandosi apertamente al fianco di Musk e Trump in nome della “libertà di espressione”.
In pratica, Meta ha eliminato il programma di fact-checking (che era gestito da 90 organizzazioni accreditate), per passare a un sistema simile a quello di X, basato sulle note degli utenti.
Insomma: niente più verifiche sulle informazioni che circolano.
La tempistica dell'annuncio, in prossimità dell'insediamento di Trump, sembra un palese tentativo di Zuckerberg ingraziarsi e riconciliarsi con il presidente entrante (non dimentichiamoci che Meta aveva escluso Trump dai social dopo i disordini del 6 gennaio 2021), per tre principali ragioni:
👉 evitare possibili azioni punitive contro Meta
👉 avere voce in capitolo sulle future politiche tecnologiche, specie sull’IA
👉 evitare regolamentazioni sfavorevoli.
Perché tutto questo è un problema?
Oggi gli utenti di Meta sono circa 4 miliardi: quasi il 37,7% della popolazione mondiale, e più del 57% degli utenti internet globali. 4 miliardi di persone che vivono e si informano quotidianamente sulle piattaforme di Zuckerberg.
E un sistema che affida agli utenti la valutazione dei contenuti - riducendo l'accountability di Meta - non può garantire competenza, veridicità né imparzialità. Anzi, è terreno fertile per manipolazioni, polarizzazione e fake news.
Lo abbiamo visto chiaramente su X - indicata dall’Unione Europea come la piattaforma dove circola più disinformazione.
Una piattaforma che ha fomentato proteste e violenze politiche, e che ha diffuso moltissima disinformazione durante le elezioni USA ( pensate che solo le fake news condivise da Musk hanno totalizzato 1,2 miliardi di views, ed è stato dimostrato che l’algoritmo è stato manipolato per favorire i suoi post e quelli degli account repubblicani).
Insomma: fino a che punto le piattaforme dovrebbero permettere la libera espressione senza intervenire? Il confine tra libertà di parola e disinformazione è sottile, e il rischio è che, in nome della libertà, si amplifichino voci che mettono a rischio la stabilità delle nostre democrazie.
Con miliardi di utenti, queste piattaforme non sono più semplici spazi di condivisione: hanno un ruolo cruciale nel plasmare l’opinione pubblica, influenzare decisioni politiche e determinare eventi globali, con conseguenze tangibili e profonde sulla nostra società.
Siamo di fronte a una nuova fase in cui le grandi piattaforme tecnologiche si posizionano non solo come arbitri, ma anche come attori politici e culturali.
La domanda è se la comunità globale sarà in grado di rispondere a questa sfida, e se sarà possibile trovare un equilibrio sostenibile tra libertà e responsabilità.
In caso contrario, ci si avvierà verso un panorama digitale sempre più frammentato, polarizzato e - soprattutto - pericoloso.
In pratica, Meta ha eliminato il programma di fact-checking (che era gestito da 90 organizzazioni accreditate), per passare a un sistema simile a quello di X, basato sulle note degli utenti.
Insomma: niente più verifiche sulle informazioni che circolano.
La tempistica dell'annuncio, in prossimità dell'insediamento di Trump, sembra un palese tentativo di Zuckerberg ingraziarsi e riconciliarsi con il presidente entrante (non dimentichiamoci che Meta aveva escluso Trump dai social dopo i disordini del 6 gennaio 2021), per tre principali ragioni:
👉 evitare possibili azioni punitive contro Meta
👉 avere voce in capitolo sulle future politiche tecnologiche, specie sull’IA
👉 evitare regolamentazioni sfavorevoli.
Perché tutto questo è un problema?
Oggi gli utenti di Meta sono circa 4 miliardi: quasi il 37,7% della popolazione mondiale, e più del 57% degli utenti internet globali. 4 miliardi di persone che vivono e si informano quotidianamente sulle piattaforme di Zuckerberg.
E un sistema che affida agli utenti la valutazione dei contenuti - riducendo l'accountability di Meta - non può garantire competenza, veridicità né imparzialità. Anzi, è terreno fertile per manipolazioni, polarizzazione e fake news.
Lo abbiamo visto chiaramente su X - indicata dall’Unione Europea come la piattaforma dove circola più disinformazione.
Una piattaforma che ha fomentato proteste e violenze politiche, e che ha diffuso moltissima disinformazione durante le elezioni USA ( pensate che solo le fake news condivise da Musk hanno totalizzato 1,2 miliardi di views, ed è stato dimostrato che l’algoritmo è stato manipolato per favorire i suoi post e quelli degli account repubblicani).
Insomma: fino a che punto le piattaforme dovrebbero permettere la libera espressione senza intervenire? Il confine tra libertà di parola e disinformazione è sottile, e il rischio è che, in nome della libertà, si amplifichino voci che mettono a rischio la stabilità delle nostre democrazie.
Con miliardi di utenti, queste piattaforme non sono più semplici spazi di condivisione: hanno un ruolo cruciale nel plasmare l’opinione pubblica, influenzare decisioni politiche e determinare eventi globali, con conseguenze tangibili e profonde sulla nostra società.
Siamo di fronte a una nuova fase in cui le grandi piattaforme tecnologiche si posizionano non solo come arbitri, ma anche come attori politici e culturali.
La domanda è se la comunità globale sarà in grado di rispondere a questa sfida, e se sarà possibile trovare un equilibrio sostenibile tra libertà e responsabilità.
In caso contrario, ci si avvierà verso un panorama digitale sempre più frammentato, polarizzato e - soprattutto - pericoloso.